Educare alla prosocialità: vantaggio o danno per l’animalità?

In anni recenti sono aumentati gli sforzi per integrare gli animali nelle caotiche società occidentali, al fine di valorizzarne il contributo che essi possono dare allo sviluppo delle culture umane, cercando di ridurre i fenomeni di zoointolleranza, per una maggiore accettazione degli animali nella convivenza con noi animali umani, per assumerli quali impiegati adatti a rivestire il ruolo di terapeuti per umani e per molti altri coinvolgimenti. A questo proposito si parla sempre più spesso di educare gli animali alla prosocialità, in modo da modellarli e quindi renderli più adatti a questi scopi. Tutto questo appare molto nobile, ma cosa ci guadagnano gli animali, anche umani? E cosa perdono?

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Per parlare di questo dobbiamo fare qualche incursione su alcuni ragionamenti alla base di questa propaganda alla prosocialità degli animali domestici.

Il primo, ideologico, è quello che porta a distinguere gli animali domestici dai selvatici, con i primi trattati come delle entità aliene al mondo naturale o come semi-divinità originatesi dalle costole dell’uomo, che nel vivere in contesti antropici o di collaborazione con gli umani, trovano il senso pieno della loro esistenza. Il secondo, normativo, che per poter essere integrati bisogna essere ben educati alle norme di quella società, smussando le proprie identità e istanze, in favore di premi più grandi. Il terzo, antropocentrico, che attraverso animali educati alla prosocialità si evitano frizioni tra gli umani, si migliora il quieto vivere umano ed anzi, gli animali così educati, possono portare un contributo importante al benessere umano (vedi Pet-Therapy). Il quarto, salvifico, che in questo modo si riduce il rischio di portare ad eutanasia gli animali che non rientrano spontaneamente nei limiti di accettabilità imposti dalle società occidentali.

Questi sembrano aspetti vantaggiosi per gli animali, grazie ai quali guadagnano la possibilità di essere riconosciuti come degni membri della civile società, bisogna tuttavia sottolineare che questi ragionamenti, queste tendenze, queste ideologie ed anche queste credenze, derivano proprio da stili distorti di convivenza con gli animali, anche umani, sviluppati soprattutto nei paesi occidentali, verso i quali anche paesi come l’Italia, che possono e devono portare un contributo diverso, con diverse idee di coesistenza, rischiano di appiattirsi, nei fatti negando il contributo che l’animalità può dare se spontaneamente lo vuole. Il buco nero del beneducatismo, così radicato nelle nazioni presunte più avanzate, rischia di divorare e danneggiare grandi parti di animalità, anche umana, che deve cedere la sua autentica dignità, la sua originale integrità, il suo vero benessere, anche in termini di socialità, pur di essere accettati, tollerati e civilmente usati.

Una politica animale che invece voglia valorizzare, tutelare, tenere conto e promuovere una considerazione degli animali attraverso il loro punto di vista, non quindi in quanto passivi membri della società, bravi, educati, ben disciplinati e ben impiegati, ma in quanto titolari di se stessi, delle proprie vie di dialogo con il mondo, delle proprie identità, della propria cultura, non può che passare attraverso il superamento delle vie ideologiche, normative, antropocentriche e salvifiche, tracciando nuovi e avventurosi percorsi non-umanistici, dove l’addestramento e l’educazione a diventare prosociali, lasci spazio al preservare o recuperare quel patrimonio di dinamiche soggettive, cognitive e sociali autentiche, esse sì, di grande valore per una coesistenza equa tra animali umani e non.

 

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